giovedì 29 maggio 2008

Time

Tired of lying in the sunshine, staying home to watch the rain
you are young and life is long, and there is time to kill today
but then one day you've find ten years have got behind you
no one told you when to run, you missed the starting gun!!!

Pink Floyd. Time.

Il tempo che passa. Scrivo questo post oggi che compio 37 anni, stralunato dal non aver quasi dormito, non per una notte brava ma per un'emergenza di lavoro. Eccomi, nella macchina.

Welcome my son, welcome to the machine
What have you dream? It's alright we told you what to dream
You dreamed of a big star, he played lead guitar
He always ate in the steak bar
So welcome to the machine

Pink Floyd. Welcome to the machine.

E così mi confronto con questo tema del tempo che passa e ci porta lontano da dove siamo partiti, quando era tutto ancora intero, era tutto ancora "chi lo sa" e ci chiediamo se delle rabbie antiche non rimane che una frase o qualche gesto.
E' un tema che mi è sempre stato caro, se sia più giusto rimanere fedeli a se stessi solcando le strade della maturità o divenire se stessi maturi.
Confine difficile da tracciare e ancora più da percorrere. Scrivere questo post e ascoltare certe canzoni aiuta me stesso (e spero anche chi mi legge) semplicemente a non perdere il filo.
A ricordarsi chi si è, da dove si viene e dove si voleva andare.

And you run and you run to catch up with the sun but it's sinking
and racing around to come up behind you again
The sun is the same in this relative way but you're older
Shorter of breath and one day closer to death

Ma per non esser troppo pessimistici concludo con Peter Cincotti, il quale scrive che

in between man and child
a homeless horse is running wild

E lo dedico ai cavalli di tutti. Perchè non diventino somari col passare degli anni


martedì 27 maggio 2008

Il cammino di Santiago

The road to Santiago will never be the same for all.
Even walking on the same way everyboby will have a different road.
Build your walk day by day, feeling and following your sensations, and never be in a hurry.
Every moment more on the road to Santiago will enrich the rest of your life.

E' quanto recita nella sua homepage il sito dedicato al Cammino di Santiago de Compostela, uno dei percorsi a piedi più famosi nel mondo e... nella storia, sin dal lontano 813 d.C.

La "fama" di questo cammino è stata sicuramente alimentata anche dai tanti best sellers che negli ultimi anni hanno fatto capolino tra gli scaffali delle librerie (da "Il Cammino" di Shirley MacLaine a "Il cammino di Santiago" di Paulo Coelho), ma, pubblicità mediatica a parte, il fascino e il mistero che da sempre accompagnano questo percorso sono rimasti intatti nei secoli.
Ieri, 26 maggio 2008, una carissima amica (e mia testimone di nozze..), Gabry, ha iniziato in solitaria questo percorso di strada e... di vita. Grazie ai preziosi aggiornamenti quotidiani di Mauri, il suo compagno che la segue via cellulare da qua, riesco a seguirla in ogni sua tappa (una media di 20 km a piedi ogni giorno, in ogni condizione atmosferica... ).

Un giorno piacerebbe anche a me fare questo percorso.
Si dice che lo si intraprende quando ci si sente pronti. Chissà... Per ora, mi accontento di viverlo "in differita" attraverso le emozioni raccontate dagli sms che mi arrivano ogni giorno.

Vai Gabry!! buona strada e un forte abbraccio.

"May the road rise to meet you,may the wind be always at your back,may the sun shine warm upon your face,and the rains fall soft upon your fields and,until we meet again,may God hold you in the palm of His hand."

mercoledì 14 maggio 2008

Camargue


Ultima frontiera. O quasi... perchè in realtà il turismo è arrivato anche qua, ma è decisamente più civilizzato!
I km e km di paludi, acquitrini, saline, distese di ligustri e ginestre si alternano sì a lussuosi "masi" per turisti in cerca di raffinatezze pseudo-naturalistiche (a patto di essere zanzare-repellenti di natura...), ma nel pieno rispetto di chi in questi luoghi ancora selvaggi e meravigliosi abita da molto tempo prima dell'uomo.
Non di rado, infatti, si incontrano cavalli (i famosi cavalli camarguesi) che pascolano in totale libertà e affabile familiarità (abbiamo fatto amicizia con 2 in particolare, i primi che abbiamo incontrato e dei quali ci siamo subito innamorati, immortalandoli in una trentina di scatti in 2!!) o tori, che approfittano dei momenti di relax prima di essere ingaggiati in qualche "abrivado" (tradizione della zona che prevede di farli correre lungo le strade dei paesi per poi portarli poi nelle arene).
Fortunatamente, non sono protagonisti di truculente corride, poichè la strana mescolanza di cultura franco-spagnola di questa regione della Francia si caratterizza, tra gli altri, di una corrida ove il toro non viene ammazzato, alla fine dello spettacolo, ma dove il torero deve solo recuperare un gagliardetto preventivamente apposto sulla fronte dell'animale.
Abbiamo trascorso in Camargue un intenso ponte del 25 Aprile, riuscendo a vedere molto di quanto questa bellissima zona della Francia offra ai suoi visitatori. Abbiamo soggiornato a Les Saintes Maries de la Mer, forse la più nota località turistica assieme ad Aigues Mortes. E' famosa per esser diventata la culla del cristianesimo nel lontano 48 d.C., e oggi è curiosamente meta del più importante raduno-pellegrinaggio mondiale del popolo Rom, durante l'ultimo weekend di maggio. Abbiamo soggiornato in un delizioso alberghetto, l'hotel Les Arcades, a 100 m dal centro storico del paese e altrettanti dal mare, onestissimo nel prezzo e nei servizi (110 € in 2 colazione compresa per 2 notti), che consiglio vivamente quale base per poter poi muoversi. Nella zona, molto interessanti da visitare sono il Parc Ornitologique du Pont-de-Gau, dove poter osservare in tutta tranquillità diverse specie di uccelli in libertà (primi fra tutti, i famosissimi fenicotteri rosa, che qua hanno stabilito uno dei loro abitat europei preferiti), o le diverse saline disseminate tra un acquitrino e l'altro (noi abbiamo visitato quelle di Giraud).
Per chi fosse interessato anche a qualche bellezza storico-culturale-architettonica, a non molti km di distanza si trovano Nimes, Arles e Avignone, quest'ultima con la sua splendida residenza dei papi. Arles è forse la città più rappresentativa di questa zona della Francia meridionale, quella dove è possibile incontrare da vicino la complessa mescolanza della cultura spagnola e di quella francese (non per niente possiede una bellissima arena romana usata frequentemente per le corride). Il suo fascino, del resto, è stato più volte ritratto su tela da Van Gogh, anche se di alcuni dei palazzi più famosi ritratti dal celebre pittore oggi esistono più solo le ricostruzioni (prima fra tutte, la famosa maison jaune).

mercoledì 2 aprile 2008

PARALLELISMI

La teoria dei famosi 6 gradi di separazione afferma che una persona può essere collegata a qualunque altra persona attraverso una catena di conoscenze con non più di 5 intermediari.
E’ a questa immagine che ho pensato per scrivere questo post.


Perché se in Tibet (e prima ancora in Birmania) un popolo, non soltanto di monaci e fedeli, viene da anni ripetutamente vessato, represso (sia legalmente che con l’uso giustificato della forza militare), soggiogato da un governo solo a parole democratico, in Italia vengono chiusi ben 3 conventi francescani, senza un’apparente motivazione logica e plausibile (se non quella, ufficiale, della mancanza di fedeli e di soldi…. sarà??).
E’ un parallelismo forte, forse eccessivo, ma parte da un identico, annoso presupposto.

E’ accettabile che un governo, già repressivo in casa propria, possa esercitare, col beneplacito internazionale, il proprio potere anche su, di fatto, una regione autonoma controllata militarmente? E cosa ancor più grave, reprima una protesta non violenta di una miriade di fedeli che semplicemente chiedono di essere riconosciuti come entità a sé stante, evitando che una cultura millenaria venga cancellata dalla massificazione perpetrata dal governo centrale cinese?
Esistono molte regioni autonome, stati satellite che nel corso della storia hanno cercato l’indipendenza e hanno subito violente repressioni, ma qua stiamo parlando soprattutto di una protesta portata avanti da monaci, uomini di fede. Che non usano armi se non la parola e il proprio corpo come scudo di fronte agli assalti delle armate.

Indossano tuniche dai colori caldi e solari, e in Italia, fratelli a loro simili per ispirazione spirituale e di vita, indossano semplici tuniche di canapa o iuta, e vedono chiudersi i propri conventi a seguito di decisioni a loro superiori di natura più o meno politico-economica.

Una nuova diaspora per i fratelli di S. Francesco e per i fedeli che potevano riscoprire in quei luoghi e a contatto con quei missionari, i più puri valori di fede cristiana e un’apertura di cuore e mentale che a fatica si ritrova in altri luoghi religiosi.
Tralasciando la profonda amarezza di molti padri spirituali (e tra questi.. colui che ci ha unito in matrimonio) che hanno dedicato la propria vita alla trasmissione del messaggio di S. Francesco, e ai molti fedeli delusi, abbandonati, addolorati, mi chiedo…. Con che diritto ci si lamenta poi della crisi delle vocazioni? Del sempre minor numero di fedeli che si convertono? Se poi è la Chiesa stessa a tagliare quelli che considera rami secchi che invece hanno molti più germogli di tanti alberi apparentemente rigogliosi….
In entrambi i casi, seppur con modalità diverse, si tratta di un attacco alla libertà. Nello specifico, alla libertà di fede.

A sostegno della causa tibetana, oltre alle molte azioni e proteste pacifiste (tra tutte, ricordo la petizione sul sito di AVAAZ http://www.avaaz.org/en/tibet_end_the_violence/), diversi stati stanno mettendo in atto il boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino di quest’estate.
“History will teach us nothing”, cantava Sting. E la storia si ripete. Come a Monaco nel ’72, a Montreal nel ’76, a Mosca nell’80 e a Los Angeles nell’84.
In Italia non si sa ancora con che modalità si affronterà e si supererà la decisione di chiusura dei 3 conventi francescani di Sabaudia, Susa e San Marco a Roma.

Quo usque tandem abutere patientia nostra?

martedì 5 febbraio 2008

relax.... tra i monti!

... della serie: come trascorrere una tranquilla e rilassante domenica tra le montagne francesi!! a soli 90 km da casa nostra, poco meno di 1h e mezza di auto, infatti, si trova Briançon, ridente e deliziosa cittadina delle Alpi francesi, a pochi km dall'ormai dimenticato confine italo-francese del Monginevro. Con i suoi 1325 m di altezza, vanta di essere, dopo Davos in Svizzera, il comune più alto d'Europa.
Oltre che essere un posto molto piacevole ove passeggare pasteggiando a base di raclette e crèpe suzette, Briançon ha il pregio di avere un ottimo parco acquatico assolutamente pubblico. Lo abbiamo sperimentato proprio la domenica appena trascorsa, e già meditiamo di mandarci i nostri figli ad imparare a nuotare... senza andare così in là nel tempo, però, è un posto che consiglio vivamente per una domenica fuori porta (meglio ovviamente se ospiti nostri già dal sabato sera.... da Milano in effetti è un po' lunghetta!!).

Le Parc 1326, infatti, è un comprensorio sportivo comprendente parco acquatico e patinoire (per chi preferisce i pattini al costume...). Il parco acquatico è composto da: piscina olimpionica da 25 m interna e piscina olimpionica da 25 m esterna (aperta anche d’inverno, se non c’è vento, come domenica…. l’effetto è: neve fuori mentre tu stai al calduccio coperto dall’acqua!!), comprensorio acquatico di 300 mq con fontane, idrojet, tobogan, piscine a diverse altezze per i bimbi di tutte le età, area détente con sauna, bagno turco e jacuzzi per 7 pax, ristorante e bar interni. Tutto pulito, in ordine, perfettamente mantenuto ed estremamente bello e luminoso. La cosa sconvolgente è il prezzo: 8.50 € e ci stai quanto vuoi…. Addirittura, per chi vuole solo farsi una nuotata, il prezzo scende a 4 €. Ci si può stare dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 14.30 alle 18.30, e l'altro elemento degno di nota è che... sguazzi in acqua o ti rilassi tra i benefici fumenti di hammam e sauna con lo spettacolo delle Alpi quale panorama!! http://www.vert-marine.com/briancon/

Inizialmente, pensavamo di andare alle terme, ma dopo una breve indagine, abbiamo scoperto che: a) spesso devi prenotare con un certo anticipo se vuoi riuscire anche solo ad entrare e fare il percorso termale base (ovvero: sauna, hammam e vasche a differenti temperature d'acqua) b) il costo è decisamente alto (si parte da ingressi minimi di 25-30 €, che aumentano se si aggiungono i vari massaggi, peelings, trattamenti vari).
Che dire.... i francesi hanno decisamente una marcia in più, e si vede anche in queste piccole cose. Sarà che lo sport è mediamente più diffuso come cultura nazionale, sarà che hanno una struttura sociale "popolare" e democratica solida e consolidata, ma centri di questo tipo in Italia non "tirano", e nessuna struttura pubblica (men che meno privata) si accollerebbe mai i costi di una tale realizzazione.

Perciò, data la vicinanza, ci siamo ripromessi almeno una domenica al mese (vediamo se riusciamo a mantenere tale buon proposito..) di dedicarci allo sport acquatico e al rilassamento in questo piccolo paradiso. Forse ci torniamo anche sabato sera per la serata détente: dalle 19.30 alle 23.00, cromaterapia, spa, e profumi con cocktail rilassante!! (vedi ultima foto).
Inutile dire che... VI ASPETTIAMO!!

martedì 29 gennaio 2008

Into The Wild.... your own

Ci sono film e libri che entrano nel cuore piano, silenziosamente, per poi scoppiare dentro e lasciare una traccia, una cicatrice, un segno del proprio passaggio.
Toccano corde profonde, intime, apparentemente solo nostre, in realtà…. rintracciabili nella storia personale di ciascuno.
Ieri sera abbiamo finalmente visto INTO THE WILD.
Finalmente perché scalpitavo da giorni per andarlo a vedere. E nonostante la stanchezza da lunedì sera, ce l’abbiamo fatta. La lunghezza del film devo esser sincera ci ha un po’ provato, ma il senso di libertà misto all’amarezza agrodolce che si prova una volta usciti dal cinema, senza dimenticare i fantastici panorami, fanno passare in secondo piano i 148 minuti della pellicola, che, alla fine, vorresti quasi non finisse più.
Into the wild è un film praticamente perfetto, nella sua voluta imperfezione e anticonformismo. La regia, la fotografia, la sceneggiatura, la colonna sonora, i caratteri dei personaggi, la recitazione, la struttura stessa del film sono perfetti. Non nel senso artistico o tecnico del termine (che comunque meritano una citazione), bensì nella loro essenza.
Il film ti entra e rimane, perché quello che Alex Supertramp sperimenta non soltanto nel suo viaggio ma nella sua storia personale (e in quella di tutte le persone che ruotano attorno a lui) fa parte delle esperienze di ognuno di noi. Realmente vissute, tentate, sognate, sfuggite o anche rifiutate. Per scelta o imposizione. Alex non è un eroe, bensì rappresenta ogni essere umano nella sua essenza più intima e profonda.
Girovagando su internet, ho trovato tra le mille recensioni questa, che mi sembra particolarmente completa e toccante.
Non aggiungo altro, se non il consiglio di andarlo a vedere e di lasciarvi penetrare da ogni inquadratura, pensiero, emozione, riflessione che questo film vi trasmetterà e farà nascere.
E magari… uscirete anche con la voglia di riempire la vostra valigia al più presto e andarvene da qualche parte alla scoperta di nuovi luoghi. Che siano il parco nazionale d’Abruzzo o, perché no….. il deserto del Gobi.

Vado al cinema da solo, oggi - saranno vent’anni che non lo faccio - perché Into the Wild di Sean Penn mi attira al di là e nonostante le recensioni, le stelline o i quadratini sui giornali, i commenti così compostamente «culturali» che lo accompagnano. Disturbano come sempre la mitologia («mito americano», «mito della vita selvaggia», «mito della forza e del coraggio fisico» ecc.), che è un modo come un altro di non confrontarsi con niente.
Sean Penn, che per certi è solo un De Niro mal riuscito, è in realtà il più anticulturale degli attori e dei cineasti, all’opposto del suo presunto modello. È per questo che mi piace.Into the wild racconta la storia tragica e vera - tratta dal romanzo di Jon Krakauer Nelle terre estreme (Corbaccio, pagg. 267, euro 16.60) - di Chris McCandless, studente modello e lettore vorace, che dopo la laurea decide di abbandonare la famiglia - che odia - per cercare un rapporto solitario e totalizzante con la natura. La sua preferenza per autori come Jack London, Lev Tolstoj e Henry David Thoreau è un segno preciso, e già preoccupante, della sua chiarezza d’idee - troppo chiare, quelle idee, come se un guasto d’origine facesse crescere troppo la pianta per poi impedirle di maturare.
Chris, che si ribattezza Alex Supertramp («supervagabondo»), ha in mente una destinazione finale dei suoi viaggi: l’Alaska. Prima, però, vuole prepararsi all’impresa, vincere le paure ataviche - quella dell’acqua, per esempio -, fortificarsi nel fisico, e al tempo stesso far perdere le proprie tracce, non soltanto ai genitori, ma alla società intera. I suoi scrittori di riferimento, sia pure in modi diversi, hanno un punto in comune: l’opposizione tra natura e società. E devono perciò tutti e tre qualcosa a Rousseau. La società - di cui gli sgangherati genitori di Chris sono la concrezione estrema e maligna - ha un solo scopo: quello di creare risposte finte alle domande dell’uomo. Perciò l’uomo, se vuole sapere veramente chi è, deve allontanarsi dalla società e rifugiarsi nella natura.
L’Alaska è il luogo destinato di Chris perché lì, forse, è ancora possibile una fuga. La società ha invaso la natura, perfino il Grand Canyon è regolato come la City di Manhattan. Gli uomini buoni finiscono in galera, oppure vivono di ricordi. La società li taglia fuori come tanti rami secchi.
Chris ha la possibilità di vivere con alcune persone buone, ma non accetta di condividere la loro sorte di sconfitti. Ha ventitré anni, e splende in lui una giovinezza che non ammette sconfitte, una giovinezza vittoriosa proprio perché giovinezza.
Inizia così lo splendido fallimento della sua spedizione in Alaska. Nemmeno l’amore di una bella ragazza hippy lo ferma. Né l’amore né tantomeno il sesso rispondono infatti alla domanda, all’incessante «I want!, I want!» che urla dentro, come scriveva Saul Bellow. E allora non ci si può fermare, non si può amare, non si può procreare per non dare inizio a nuove catene di mostruosità e di mostri.
A dispetto di tutte le notizie orribili che apprendiamo sul loro conto, i genitori di Chris ci appaiono attraverso l’occhio del regista, che li guarda con pietà. I venti secondi in cui il padre (William Hurt), uscito disperato di casa, cammina furiosamente fino alla strada per poi sedersi lì, nel mezzo, sono forse la cosa più bella del film. Lì, forse, questo sciocco borghese comincia a capire la vera tragedia di suo figlio. La capisce perché la scopre dentro di sé.
Thoreau, London, Tolstoj, il buon selvaggio, la fuga dalla società, il contatto diretto con la natura sono tutte menzogne, tutti (al più) pretesti, chiacchiere giustificative per dare un’apparenza discorsiva, dialettica, etica a ciò che non conosce parola né discorso né morale, a questa malattia cieca per la quale un individuo, perlopiù un giovane, comincia a vedere il proprio futuro come un imbuto sempre più stretto, e la vita come la lenta esecuzione di una condanna a morte.
La fuga di Chris ha questo di particolare, che è come tutte le altre: come quelli che muoiono per droga. Succede alzandosi una mattina, oppure assistendo per strada a un fatterello in apparenza insignificante che fa da detonatore per una bomba nascosta in noi chissà da quanto tempo. Ma altre volte l’inizio si trova prima ancora, al tempo delle sciocche lacrime notturne infantili, o delle prime congetture su «cosa farò da grande».
La colpa non è della società né dei genitori. C’è chi, più avveduto, si tiene a distanza da una voragine che c’è, dentro la vita, e chi non riesce a evitarla. Questa voragine non si spiega. Esiste, e basta. È quello scandalo di cui tutta la storia dell’umanità ha parlato.
Qual è l’origine del male? Perché non esisterà mai un mondo perfetto? Perché il bene che vogliamo fare ci si corrompe tra le mani? Imagine, cantava John Lennon. Poveretto. Chiamatela società, chiamatela capitalismo, chiamatela semplicemente peccato originale, che è la definizione meno ipocrita e più concreta. È quella cosa lì.
Chris pensa di poter dominare la natura dell’Alaska. Ha un fucile, è fisicamente fortissimo, ma come si fa a non sapere che in certi periodi dell’anno gli animali sembrano scomparire, e che in quei periodi un fucile non serve a niente? La sua Alaska immaginaria va in frantumi sotto i colpi di quella reale, di cui gli manca la chiave di lettura: uccide un alce ma i vermi e le mosche glielo portano via, poi, in preda alla fame, scambia una patata velenosa per una commestibile.
Il vero si rivela, alla fine, e come sempre non porta soltanto dolore.
La fine di Chris è quasi una guarigione. Come Ivan Ilic’ del racconto di Tolstoj muore gridando «non c’è più la morte», così Chris prima della fine fa in tempo ad annotare queste parole: «Non esiste felicità se non è condivisa».
La sua non è la morte di un testardo malato, ma di un uomo sano. Il Novecento e l’Ottocento si allontanano da noi, ma non abbastanza da toglierci di dosso una delle loro maledizioni: quella di essersi vergognati della verità e della realtà (ivi inclusa quella del male) al punto da sostituirle con un discorso pieno (psicologia, sociologia) di comprensione e di dubbio, da una strategia di addomesticamento.
La sorte di Chris appare come una specie di drammatica salvezza da tutta questa menzogna. Alla fine, almeno l’io si salva. Il male dei secoli è sconfitto.

martedì 15 gennaio 2008

Amami-Love Me 2 Times... and more!!

Eccoci nuovamente qua, dopo una lunga pausa inframmezzata dalle vacanze natalizie…

E mi fa piacere riaprire il nostro blog col primo post del nuovo anno dedicato a un giovane scrittore e alla sua opera prima.

Sabato pomeriggio, infatti, abbiamo assistito (purtroppo in pochi…) al reading di Placido di Stefano, per gli amici Dino, durante il quale ha presentato alcuni brani salienti della sua opera prima “Amami-Love Me Two Times” (edito da PeQuod e rintracciabile anche in Feltrinelli).

La lettura è stata accompagnata da alcuni pezzi suonati da Augusto al basso e Mejo alla chitarra (non sono sicura si scriva così, mi si perdoni l’eventuale errore ortografico… ;-))

La particolarità di questo evento è rappresentata innanzitutto dalla qualità dell’evento stesso.
Dino non legge il proprio romanzo, bensì lo interpreta con coinvolgenti capacità recitative che rivelano la militanza nella scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano e soprattutto l’amore profondo e spontaneo per la recitazione.
Così facendo, permette all’ascoltatore di lasciarsi trasportare all’interno del racconto, di carpire alcuni tratti del protagonista e della sua storia, e lascia sapientemente in sospeso alcune domande che costringono l’ascoltatore a soddisfare la propria curiosità solo attraverso la voglia di leggerlo.
Dino rivela contemporaneamente doti di scrittore, cantante e attore, mostrandosi come artista poliedrico e completo, e la storia con la quale si affaccia per la prima volta al grande pubblico è scabrosa, cupa, ossessiva, inquietante, tenebrosa. Come i nostri tempi e la nostra società.

Molti degli elementi narrativi che emergono da Amami fanno ormai parte integrante del tessuto e dello scheletro di numerosi romanzi sia recenti che facenti parte di uno storico letterario al quale nessun lettore contemporaneo può sottrarsi.
Non per niente, tra i suoi ispiratori, Dino annovera Bukowski, Céline, i massimi esponenti della beat generation e non meno è possibile ritrovare tra le fila del suo racconto le forti influenze di Kafka e Dostoevskij.

Fin qui tutto bene. Si potrebbe pensare a un ennesimo Cugia, un Culicchia o un Palaniuck nostrano.
Il tema del doppio, dell’infanzia violata, dell’incapacità di amare sé stessi e il prossimo e contemporaneamente lo spasmodico bisogno di amore, la ricerca del tanto famigerato lato oscuro, la necessità di sporcare, macchiare, buttarsi nel fango, scavare nella spazzatura ed entrare nel proprio buco nero… perché, questo è certo, le tenebre hanno sempre affascinato più della luce, per quanto tutti si tenda alla sua disperata ricerca. Il buio fa crescere, seppur squarciando e spaccando l’anima, costringendola a ritorcersi su sé stessa e a guardare in faccia la propria bestia nel cuore.

La particolarità di questo romanzo, però, è in realtà secondo me proprio il contrasto tra l’elemento narrativo e il suo stesso interprete.

Leggendolo, infatti, ci si aspetterebbe di avere di fronte il solito bello/brutto e dannato, l’emule di Bukowski con la bottiglia di wisky nella sinistra e il pacchetto di sigarette nella destra. In realtà, questa aspettativa viene in buona parte delusa.

Perché Dino è fondamentalmente un gaudente, una persona che ama sperimentare ogni aspetto della vita, anche quelli a tinte fosche, perché in fondo non ha paura di mettersi in gioco e rischiare.
Desiderare di diventare uno scrittore come il suo stesso protagonista-alter ego, un vero scrittore, uno che scrivendo ci campa, per intenderci, oggi più che mai è follia, mancanza di senso pratico, totale astrattismo da un mondo reale commerciale e consumista.
Pertanto, chi desidera più di ogni altra cosa scrivere e vivere scrivendo è decisamente un pazzo, a meno di avere le spalle coperte da qualche amicizia/parentela/liason con qualche casa editrice o, meglio ancora, il conto in banca che non si tinge mai di rosso…..

Dino, invece, da buon visionario felliniano, ci prova, ci crede con tutto sé stesso e in realtà rivela l’animo naive e fanciullo di chi alla fine crede con tale caparbietà e convinzione di riuscire a toccare la luna con un dito… che prima o poi ce la farà.
Più che un eroe di Fante o Keruac, mi ricorda un John Belushi o un Don Chisciotte moderno. Potrebbe essere il protagonista ideale de "Una banda di idioti" di John Kennedy Toole (che guarda caso sto leggendo proprio in questo periodo). Con uno stile e una passione genuini e di fortissimo impatto.

Questo connubio di personale e originale istrionismo che si realizza artisticamente in uno stile letterario cupo, scarno e scabroso è il punto forte di Dino.

Lo spettacolo, perciò, soddisfa e conquista, anche grazie all’accompagnamento complice e attento dei suoi due amici musicisti, che rappresentano molto di più di una semplice spalla.
E poi c’è lei, la vera protagonista, la macchina da scrivere, strumento, supporto, confidente e amica di qualunque scrittore. Alla quale Dino regala, giustamente, il ruolo di primadonna non soltanto nella sua rappresentazione ma in tutta la sua opera.

Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette.

Dino le spalle le ha larghe, di chi a 38 anni di vita ne ha già vissuta abbastanza o forse… ancora troppo poca, per le proprie aspettative.

Ma le scarpette per correre ce le ha eccome.

Dentro agli anfibi.

P.S. cercheremo di organizzare un’altra presentazione ad Avigliana in primavera, in un locale sul lago piccolo che ben si presta a questo genere di eventi, e Dino ha ancora in cantiere una serie di date per la sua presentazione (tra queste… spero presto anche a Legnano, al caffè dei viaggiatori), perciò consiglio vivamente a tutti di partecipare e soprattutto… di leggere “Amami”!!