già. perchè non è stata una serata nostalgica di un passato che è stato e che ora non è più. o per lo meno non solo.mercoledì 3 ottobre 2007
looking back.... but not in anger!!
già. perchè non è stata una serata nostalgica di un passato che è stato e che ora non è più. o per lo meno non solo.The Police are back!!!
Così entrai nel negozio migliore del paese di allora (si chiamava Lion Music, me lo ricordo ancora) e uscii con un sacchettone di vinili, tra cui c'erano anche l'appena uscito Synchronicity e Ghost in the Machine.
Tempo una settimana e fu folgorazione per questo trio inglese che vendeva adrenalina senza svendere l'intelligenza. In capo a qualche mese mi ero procurato la discografia completa e sognavo i miei 15/16 anni con il permesso di andarli a vedere dal vivo.
Purtroppo ho dovuto aspettare molto di più, ma ne è valsa la pena.
La Tama di Stewart Copeland mi provoca ancora un tuffo al cuore, Sting non salta più come quando strizzavano l'occhio al punk ma canta come non mai e Summers svolge il suo lavoro con la solita intelligenza. Forse suoni non proprio all'altezza per i primi pezzi, ma poi la situazione va migliorando e d'altronde oggi suonano al Delle Alpi, mica al Marquee....
Chi si aspettava un greatest (io un po' lo temevo) si trova subito spiazzato perchè dopo Message in a Bottle infilano Synchronicity II e tra un hit e l'altro trovano posto un'immensa Driven to Tears, Voices inside my head ed altri pezzi che urlano forte "questa non è solo un'operazione commerciale: siamo i Police e siamo tornati!"
E così davanti a Wrapped around your finger i 65mila sono in religioso silenzio, ipnotizzati dalla magia di vedere ancora i tre e di sentirli in gran forma, mentre Every breath you take provoca un'orgia di telefonini che hanno ormai sostituito gli accendini in queste situazioni.
Hanno scritto fiumi di parole per descrivere la loro musica, hanno scritto che era il rock filtrato dal punk con le ritmiche reaggae, hanno scritto che era il jazz-rock che incontrava il reggae con un approccio punk, ma voi definireste la nutella "una crema alla nocciola"???
E allora band di tutto il mondo tremate, perchè... The Police are Back!
martedì 2 ottobre 2007
... they're here, finally!!!

ebbene sì... questa sera i Police suoneranno allo stadio delle Alpi per la loro unica data italiana... inutile dire che non vediamo l'ora!! abbiamo atteso da mesi questo concerto, l'unico che entrambi riusciremo a vedere della band (visto che da fanciulli, quando consumavamo i loro dischi, non abbiamo avuto questa opportunità...), e perciò... ancor più atteso. ovviamente, posteremo impressioni, emozioni, e quant'altro sul blog e ci auguriamo che questo spettacolo possa davvero essere unico. e indimenticabile. so... bring on the show!! see you.
venerdì 28 settembre 2007
settembre sta finendo...
se volete farci un salto, consigliamo di riposare nel B&B "Ca' del Duca": www.cadelduca.it
e per conoscere Compiano e gli altri borghi d'Italia: www.borghitalia.it
per qualche news su Parma e dintorni: http://portale.parma.it/
ah... dimenticavo: tutta la valle del Taro è anche famosa per i funghi, soprattutto il porcino. per i golosi... www.stradadelfungo.it
buon giro e buon appetito!
domenica 16 settembre 2007
.... the end.... but just of this trip!!
non abbiamo ancora terminato di sistemare tutte le foto, nè tantomeno deciso quali stamperemo e appenderemo.
e stiamo già pensando a dove andare come prossima meta... forse Marocco, in autunno, approfittando delle tariffe ultrascontate che si possono trovare sul sito www.viaggi-outlet.it che caldamente consigliamo a tutti.
è così. la vità è un continuo fluire, muoversi, cambiare e andare avanti e noi con essa.
perciò questo blog continuerà ad esistere per continuare a comunicare pensieri, impressioni, racconti di viaggio e non.
un po' come ispira il suo nome, ovvero quell'insieme di trasmissioni radiofoniche che cominciarono ad essere trasmesse dalla BBC poco prima dello scoppio della 2° guerra mondiale e che rappresentavano un modello di giornalismo e informazione tempestivo, indipendente e fedele ai fatti, separando le notizie dai commenti (lo sapevate che l'idea di fondo di RadioLondra fu italiana?). ovviamente... non osiamo arrivare a tanto!!

e per chiudere (questa volta davvero...) il capitolo America prima di lasciare spazio ad altri pensieri e ad altri viaggi, una foto, scattata l'ultima sera prima del nostro rientro in territorio italico. LA Dodgers-vs-Washington Nationals, giocata al Dodgers Stadium di LA e vinta dai padroni di casa.
forse uno dei più bei ricordi degli Stati Uniti che ci siamo portati dietro. perchè vedere una partita di baseball dal vivo nel paese che lo ha consacrato a sport di fama mondiale è un'emozione non da poco, e perchè qua abbiamo assistito ad un atto di civiltà che rispetto a tante mancanze dello stato sociale e civile americano risulta essere d'esempio per tutti.
uno stadio gremito, dove mai il tifo si è fatto violento o pericoloso, un popolo di tifosi fatto di famiglie, dal piccolo di 1 mese che poppa dalla mamma (che si scofana il solito hamburger extrabig...) al nonno con tanto di copertina (rigorosamente coi colori della squadra...) e bidone di noccioline, tutti insieme a gioire e patire per ogni punto guadagnato o perso della propria squadra del cuore.
e a partita finita, tutti ordinatamente uscire, raggiungere la propria auto e con estrema serenità e tranquillità tornarsene a casa.
senza bottiglie o altri oggetti tirati sul campo, senza tafferugli (non abbiamo visto un poliziotto in assetto anti-sommossa), senza morti nè feriti.
proprio come non succede in Italia, ogni domenica.
mercoledì 5 settembre 2007
WHICH WAY TO AMERICA?
“We are the children of concrete and steel, everything is possible but nothing is real” cantavano gli Americanissimi Living Colour negli anni 90, interrogandosi sul presente e sul futuro della loro nazione.
Oggi, che il piede sul pedale del turboconsumismo sembra essere spinto con la massima forza, queste parole suonano quasi profetiche.
L’America che ho visto mi ha colpito profondamente: una nazione pazzesca, in cui tutto puo’ convivere con il suo contrario ma alcune cose sono stranamente tabu’, in cui si sono raggiunte delle conquiste impensabili in ogni campo ma sembra così difficile fare molte cose che noi europei diamo per scontate.
La forma urbana delle città è una delle cose che mi ha più colpito.
O meglio, l’assoluta mancanza di forma. In America il concetto di città semplicemente non esiste. La città non è un luogo, inteso come identità forte di uno spazio in cui qualcuno – un antico impero o anche solo una municipalità in tempi più recenti – ha pianificato il senso dello sviluppo. Nella parte di America che ho visto la città – piccola o grande che sia – è un’accozzaglia indescrivible di edifici, bellissimi o decadenti, drugstore, fast food e quant’altro, frammista a spazi aperti assolutamente abbandonati a se stessi. In un paese che ha esasperato il concetto di proprietà privata sembra che il concetto di spazio pubblico semplicemente non esista. Il paesaggio, al di fuori dei parchi e delle aree tutelate, non è di nessuno pertanto non riguarda nessuno.
Lo spazio diventa meraviglioso solo quando è privato, che sia una fantastica villa o l’edificio di una multinazionale, il resto non conta, è spazio da utilizzare.
Questa concezione pazzesca si riflette anche nel modo in cui si approcciano le città, che sembrano paradossalmente degli enormi scenari di Hollywood, dove si rimane a bocca aperta guardando le facciate principali e profondamente delusi appena si gira l’angolo, come se appunto fossimo in un mondo di scenari di cartone. Dietro la facciata “Made in USA” c’è sempre un retro che spesso è sporco, trasandato e in cui persino le linee elettriche non sono interrate ed hanno trasformatori appollaiati in cima a pali di legno.
La stessa sensazione si ha guardando le persone: l’opulenza più sfrenata lascia il posto alla miseria nera nel giro letteralmente di pochissimi metri: come se a Torino ci fosse un pezzo del campo nomadi fra piazza Castello e piazza San Carlo. Eppure qui nessuno sembra stupirsi.
Ovunque pervade un’atmosfera di precarietà, in cui le cose sembrano pensate e realizzate nel migliore dei modi – in questo sono veramente bravi, bisogna riconosceglierlo – per lo scopo a cui servono, ora.
“Right here, right now”, esattamente.
Quando poi il business è finito lascia il posto alla decadenza, tanto lo spazio qui non manca di certo. Così si puo’ assistere ad interi paesi fantasma oppure ad un’Hollywood Strip lasciato in balia della sporcizia e dei drugstore di quart’ordine, semplicemente perché oggi lo shobiz si è spostato in un altro quartiere di Los Angeles. Eppure qui, su questi marciapiedi e in questi teatri, si è scritta la storia del cinema e del jazz.
Perfino il vento neoecologista che la Natura ci sta inculcando a forza di cicloni e inondazioni qui sembra stranamente non spirare affatto. Potrei racontarvi dello spreco di acqua visto ovunque, anche in mezzo al deserto, oppure di automobili 3.500 cc considerate di media cilindrata o di migliaia di km in mezzo al deserto dove non solo non si scorgono centrali solari o eoliche, ma danno triste spettacolo decine di centrali elettriche a carbone….
Ancora allibiti dalla follia collettiva che sembra pervadere questa nazione ci si puo’ così imbattere in dibattiti televisivi dove non ci si interroga, come fortunatamente in Europa ancora accade, sul senso che tutto cio’ possa avere, bensì sul fatto che venga usato “taxpayer money” per aiutare le popolazioni statunitensi colpite dagli uragani.
Così, scappando da Palm Springs dove il tono normale delle conversazioni verte sulle operazioni di chirurgia estetica approdiamo alla costa pacifica, dove Los Angeles e i suoi sobborghi troppo ricchi o troppo poveri ci regalano ancora stupore per gli eccessi di questa società dell’”over the top” a ogni costo.
Qui il livello economico sembra inoltre direttamente proporzionale al livello di finto salutismo della popolazione. Parlo di finto salutismo perché il cibo americano da solo è sufficiente a vanificare ore di jogging o di fitness. Ma la salutista bassa California non si ferma qui, per le strade di Santa Monica e di Malibu è vietato fumare (per le strade, avete letto bene…) nonché possedere o bere alcuna forma di alcolici.
Così si puo’ assistere alla scena di solerti sceriffi in spiaggia (armati di quad e pistola) che – dopo aver effettuato test elettronici sulle bevande dei ragazzi – infliggono multe e verbali ai delinquenti che hanno osato portarsi in spiaggia una birra.
E così, dopo aver viaggiato per settimane in questa nazione, pervade improvviso ma fortissimo il desiderio di Europa, di casa. Perché paradossalmente qui mi sono sentito molto poco a casa. Scrivo paradossalmente in quanto pensavo che – a parità di modello occidentale – la differenza culturale fosse più contenuta rispetto a paesi in via di sviluppo, socialisti od islamici. Oggi mi accorgo che non è affatto così e concludo citando una bella riflessione letta sul sito dei Subsonica, che curiosamente sintetizza molto bene tutto cio’, ovvero che Europa-USA, per i miei canoni, finisce irrimediabilmente 6-0 6-0.
“L'Europa....da qualche parte al di là di tutte le diffidenze su ciò che potrebbe essere e che di certo in qualche modo sarà, viene da pensare che è bello sentirsi in diritto di essere a casa. Al di là delle genuflessioni filo-atlantiche delle quali andare ben poco fieri, l'Europa è un gran posto. La modernità nasce qui e qui trova un seppure precario senso di equilibrio, al riparo, anche se non di certo al sicuro, da aspetti totalmente alienanti che pervadono società come quella americana o giapponese. Lontana dai totalitarismi dei giganti del passato o dei nascenti astri economici, l'Europa è più che mai il luogo dove la qualità della vita e senso della democrazia sono fattori endemici, difficili da sradicare. Comunque, l'idea che da Lisbona all'estremo nord ci sia un unico luogo da considerare in un certo modo casa propria, affascina eccome.”
sabato 25 agosto 2007
the hidden place
"We'll stay in a hidden place
In a hidden place
We'll live in a hidden place" cantava Bjork in un noto brano.
Così ci siamo sentiti anche noi quando siamo entrati in Antylope Canyon.
un posto segreto e
appena entrati, il canyon ci permette di scoprire, ad ogni passo, colori, luci e contrasti di una bellezza incredibile. e la pace che circonda questo luogo (nonostante le frotte di turisti..) nasconde qualcosa di magico...
ci accompagna una guida Navajo, perchè questo piccolo, giovane canyon si trova in pieno territorio Navajo, ed è la seconda volta che incontriamo un discendente di questo fiero e orgoglioso popolo. purtroppo, ben poco è rimasto dell'immaginario del pellerossa che tutti abbiamo coltivato (anche grazie ai numerosi film western...). a cominciare dalla loro linea, non più agile e scattante come quella di un puma ma ben grassa e obesa come quella degli yankees che li hanno conquistati e sottomessi...
anche gli indiani, infatti, si sono trasformati in macchina da marketing selvaggio per i turisti, con improbabili "ciapa-ciapa" di ammenicoli e chincaglieria varia e spettacoli deprimenti e degradanti presso i lodge dove abbiamo soggiornato nel nostro giro per i parchi.
curiosamente sembrano pero' molto presi dal loro ruolo di clown per turisti e molto ansiosi di spiegarti i simboli e i significati della loro cultura.
ci siamo chiesti se quest'ansia derivi da un legame ancora forte con la loro cultura o semplicemente dalla voglia di scucirti due dollari in più.
Onestamente non siamo riusciti a darci una risposta.
Quel bubbone di roccia rossa intorno a cui il fiume Colorado fa la gimcana si chiama Horseshoe Bend: la zampa del cavallo.
Che ovviamente - essendo americano - è enorme.
